Anche i polpi credono all’illusione della mano di gomma
Nel 1998, due ricercatori, Botvinick e Cohen, descrissero per la prima volta la cosiddetta “illusione della mano di gomma“. L’esperimento che ha permesso di scoprire questo affascinante fenomeno consiste nel nascondere la vera mano di una persona, sovrapponendo poi su di essa una mano finta e, in seguito, stimolare entrambe con tocchi sincronizzati. Dopo pochi secondi, il cervello è condizionato a credere che la mano finta sia parte del corpo. A questo punto, quando la mano finta viene colpita, il partecipante reagisce con espressioni di paura/trasalimento, come se la mano colpita fosse reale, o meglio: come se fosse la sua.
Questo fenomeno ha evidenziato che la percezione di “ciò che è mio” non è qualcosa di automatico, ma il risultato fragile e continuo di una sintesi tra i sensi.
In seguito, si è scoperto che anche altri mammiferi, come i topi e primati, possono essere ingannati allo stesso modo.
Ora, Sumire Kawashima e Yuzuru Ikeda dell’Università delle Ryukyu di Okinawa, in Giappone, hanno scoperto che anche i polpi sono vulnerabili all’illusione della mano di gomma.
Per il loro studio, 6 polpi della specie Callistoctopus aspilosomatis sono stati portati in una vasca. Dopodiché, un braccio di polpo finto, fatto di gel morbido attaccato a una lastra opaca (per impedire la vista del braccio vero), è stato posizionato sopra uno degli arti del polpo. Quindi, uno dei ricercatori ha usato un calibro di plastica per accarezzare contemporaneamente sia l’arto finto che quello vero.
Dopo circa 8 secondi, il ricercatore ha pizzicato violentemente il braccio finto con una pinzetta per registrare la reazione del polpo. Tutti e sei i polpi che hanno partecipato alle 24 prove di questo test hanno mostrato risposte difensive, come cambiare colore, ritrarre il braccio o scappare. Proprio come se il braccio pizzicato fosse parte di sé.
Quando il test veniva eseguito con carezze non simultanee o carezzando solo il braccio finto ma non quello vero, oppure quando la postura del braccio finto non corrispondeva a quella del braccio reale, l’effetto dell’illusione scompariva.
Questo studio aggiunge un ulteriore elemento all’elenco delle capacità che i polpi condividono con gli esseri umani, nonostante la notevole lontananza filogenetica. Un’esperienza comune in un cervello così diverso. Peter Godfrey-Smith (filosofo e autore dell’importante saggio “Altre menti. Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza“) afferma che questi risultati sono sorprendenti e che “suggeriscono che i polpi abbiano un’immagine corporea piuttosto ricca“.
I polpi sono noti per la loro intelligenza, ma il loro cervello non assomiglia affatto al nostro. Più del 60% dei loro neuroni si trova nei tentacoli, che possono esplorare e reagire in autonomia agli stimoli ambientali. Eppure, qualcosa, dentro questa mente diffusa, sembra integrare le informazioni visive e tattili in modo tale da costruire una rappresentazione corporea di sé.
Il senso di appartenenza al proprio corpo è radicato nella capacità del cervello di integrare informazioni sensoriali coerenti ed è alla base della coscienza.
Il fatto che un polpo possa essere tratto in inganno ci costringe a chiederci: quanto è comune, nel mondo animale, la sensazione di essere un corpo?
Se anche un animale privo di colonna vertebrale, con un sistema nervoso decentralizzato, dotato di un’intelligenza che molti scienziati definiscono “aliena”, può essere vittima di questa illusione, significa che il senso di sé non è un’esclusiva dei vertebrati.
Il polpo ci ha ricordato che l’identità non vive solo nei pensieri, ma anche nei riflessi, nei sensi, nelle correlazioni tra ciò che tocchiamo e ciò che vediamo. Ancora una volta, i polpi sono stati capaci di assottigliare la distanza tra le nostre specie, permettendoci di riconoscerci in una “mente aliena”.
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