Empatia: evitata perché cognitivamente dispendiosa

Empatia: evitata perché cognitivamente dispendiosa

L’empatia è una dotazione che incoraggia i comportamenti di aiuto altruistico, forse la più complessa ed efficace tra i meccanismi psicologici-comportamentali evolutisi in questo ambito, ma le persone spesso non vogliono provarla.

Secondo un nuovo articolo di ricerca (“Empathy Is Hard Work: People Choose to Avoid Empathy Because of Its Cognitive Costs”) pubblicato dall’American Psychological Association sul Journal of Experimental Psychology, che ha incluso 11 esperimenti con oltre 1.200 partecipanti, è proprio il costo cognitivo dell’empatia a far sì che le persone tendano ad essere meno empatiche.

L’assunto comune è che in molti casi le persone soffochino i sentimenti e comportamenti empatici perché potrebbero essere deprimenti (sofferenza emotiva) o costosi (solidarietà, beneficenza), ma da questa ricerca sperimentale è emerso che le persone tendano piuttosto a evitare a priori lo sforzo mentale necessario per provare empatia verso gli altri, anche quando si tratta di provare emozioni positive e prive di costi ‘pratici’.

In uno dei test ad esempio (“Empathy Selection Task”), i partecipanti avevano modo di osservare immagini di bambini sofferenti o persone felici, e di queste potevano scegliere liberamente se descriverne le caratteristiche fisiche, o provare a immedesimarsi nelle emozioni espresse dall’immagine per descrivere cosa provavano. Negli scenari presentati ai partecipanti non erano previsti/ipotizzati costi finanziari o comportamentali per l’opzione empatica (non si richiedeva di donare tempo o denaro per sostenere le persone ritratte nelle foto). Nonostante questo, nel 65% dei casi i partecipanti hanno rifiutato comunque l’opzione empatica, e relativi costi cognitivi di immedesimazione, limitandosi alla descrizione fisica delle persone.

Nei sondaggi dopo ogni esperimento, la maggior parte dei partecipanti riferiva che l’empatia era percepita come un compito più difficile dal punto di vista cognitivo, affermando che avrebbe richiesto uno sforzo maggiore, e/o che in questo si sentivano meno bravi di quanto non lo fossero nel descrivere le caratteristiche fisiche di altre persone. La maggior parte tra questi affermava inoltre che l’opzione empatica li aveva fatti sentire insicuri, irritati o angosciati e anche per questo l’avevano evitata.

La domanda che è emersa da questi risultati è: le persone possono essere incoraggiate a provare empatia, se convinte di essere brave in questo compito (cioè di poterlo fare con la stessa facilità/sicurezza del compito di descrizione fisica)? In un altro esperimento psicologico, a metà dei partecipanti è stato detto che stavano ottenendo risultati migliori del 95% rispetto agli altri sull’opzione empatica, mentre solo del 50% sul compito di descrizione delle caratteristiche fisiche. Dopo aver appreso questa informazione, nei task successivi i partecipanti risultavano più propensi a selezionare l’opzione empatica e riferivano nei sondaggi che l’empatia richiedeva in effetti meno sforzi mentali.

Quindi, nonostante i costi cognitivi dell’empatia potrebbero indurre le persone a evitarla, potrebbe comunque essere possibile aumentare il comportamento empatico incoraggiando le persone a farlo bene. “Se possiamo spostare le motivazioni delle persone verso l’empatia”, riferisce C. Daryl Cameron, responsabile del team di ricerca, “allora questa potrebbe essere una buona notizia per la società nel suo complesso… Si potrebbe incoraggiare più facilmente le persone ad aiutare gruppi che hanno bisogno di aiuto, come immigrati, rifugiati e vittime di disastri naturali”.