Picasso o Monet? Chiedi alle api!

Picasso o Monet? Chiedi alle api!

Nel 2013 una scienziata del Queensland Brain Institute, Judith Reinhard, fece un curioso esperimento cognitivo con le api. Costruì una camera a dimensione di insetto con due fori di uscita, ciascuno con la stampa di un dipinto sopra: da una parte Picasso e dall’altra Monet. Dietro uno dei due fori di uscita c’era un piccolo contenitore con una golosa soluzione zuccherina, mentre dietro l’altro un’ulteriore camera vuota. Per un gruppo di 25 api la dolce ricompensa era sempre dietro ai Monet, mentre per l’altro gruppo era sempre dietro ai Picasso.

I dipinti venivano accoppiata in modo da avere la stessa dominanza di colore e simile luminosità, così che le api si dovessero sforzare di distinguerli sulla base di altre caratteristiche/pattern (stile, pennellata, forme, ecc.). Per evitare che le api potessero sfruttare la memoria o i segnali delle compagne, venivano introdotte nella camera una per volta e osservate singolarmente. Inoltre, la posizione dei Monet e dei Picasso veniva invertita a random e la camera stessa era di volta in volta sostituita del tutto, per evitare che le api potessero sfruttare la traccia di feromoni dell’ape precedente.

Nonostante tutte queste complicazioni, le api hanno imparato a discriminare tra cinque diversi dipinti di Monet e Picasso, anche presentando i dipinti stampati in scala di grigi.

Un esperimento molto simile, ma ancora più complesso, era già stato condotto sui piccioni: dopo essere stati allenati a osservare centinaia di dipinti dei due maestri, i piccioni impararono a riconoscere lo stile pittorico dei due artisti, distinguendolo successivamente anche in quadri che non avevano ancora visto (per approfondire: questa e molte altre incredibili capacità cognitive dei piccioni sono state raccontate nel nuovo libro di Alessandro Lamuraglia: “Il piccione di non ritorno – I colombi: un inaspettato viaggio di conoscenza e sentimenti”).

La Reinhard sperava di riuscire a fare lo stesso anche con le api, ma ha ottenuto reazioni discordanti da parte degli insetti: il gruppo che aveva ottenuto le ricompense dietro i Picasso, ha dimostrato una successiva preferenza anche sui quadri di Picasso che non avevano ancora visto, mentre il gruppo che aveva ottenuto le ricompense dietro i Monet non è stato capace di distinguere successivamente altre opere di Monet. Il problema, secondo la scienziata, è che le api operaie non vivono abbastanza a lungo per essere sottoposte, come i piccioni, a un numero sufficiente di quadri, tale da permettere l’apprendimento delle caratteristiche dello stile di un pittore, al punto da riconoscerlo anche in opere mai viste prima. Le api liberate nella camera inoltre -ha osservato la Reinhard- soprattutto all’inizio, passano molto tempo a volare liberamente in cerca di fiori e questo fa sì che la loro attenzione sui quadri per i primi 7-10 giorni sia così scarsa da non consentire un apprendimento sufficientemente rapido. Non possiamo sapere se, potendo estendere l’aspettativa di vita dell’ape operaia, la loro capacità di apprendimento e memoria potrebbe bastare ad eguagliare le prestazioni dei piccioni, forse no, ma la nostra conoscenza dei loro piccolissimi cervelli non è ancora arrivata ad un livello tale da poterne predire tutti i potenziali.

La domanda a cui possiamo rispondere su base etologica invece è: perché le api riescono ad imparare come distinguere tra un Monet e un Picasso? A cosa serve una discriminazione di pattern così complessa, e quindi un tale potenziale percettivo-elaborativo, se i fiori su cui si nutrono esibiscono semplicissimi pattern geometrici? La risposta è che questa capacità non va ricercata nel riconoscimento dei fiori, ma bensì nella naturale capacità di mappatura mentale e orientamento in volo su base visiva: le api integrano infatti gli elementi visibili dei paesaggi per il foraggiamento e l’homing (cioè il ritorno all’alveare). Questo adattamento, una volta astratto dal suo naturale contesto espressivo, può essere cooptato per altro tipo di compiti strabilianti, come intelligentemente dimostrato da Judith Reinhard.